Attitudini e Lavoro: quale rapporto per uno sviluppo sostenibile all’insegna dell’occupabilità?

Ogni professione che si consideri, nel suo svolgimento naturale attraverso un insieme di prestazioni osservabili e codificate, mostra dei tratti distintivi che è possibile rintracciare da una lettura attenta dei gesti, degli strumenti e delle pratiche consolidate messe in atto dai soggetti coinvolti. C’è (sempre) un’area del nostro repertorio comportamentale che, calata in una specifica realtà professionale e/o lavorativa, viene maggiormente coinvolta a discapito di altre. Fermo restando che il nostro organismo è in grado di adattarsi a qualsiasi situazione e reclutare, all’occorrenza, risorse e strumenti adeguati per far fronte a compiti specifici proposti dall’ambiente, il rapporto tra attitudini e professioni richiede un allineamento funzionale che molto spesso viene sottovalutato se non completamente trascurato.

Che succede quando le nostre attitudini non incontrano le richieste della professione desiderata o presunta tale?

Ci sentiamo inadeguati, afflitti, scoraggiati. Quante volte è successo e abbiamo affermato: “non fa per me, lascio stare“. A dirla tutta, fa parte del gioco. Rientra a pieno titolo nei percorsi e negli sforzi che intraprendiamo per soddisfare la nostra inclinazione al posizionamento. Nello spazio e nel tempo. Avente uno scopo socialmente utile. Semplicemente perché il nostro organismo, addestrato da anni di sfide evolutive, sperimenta percorsi e situazioni, si mette alla prova, sconfina nelle zone di frontiera alla ricerca dell’accomodamento “perfetto”. Al pari dei muscoli del corpo che hanno bisogno di programmi di allenamento funzionali per poter raggiungere la massima prestazione, anche e soprattutto le attitudini hanno bisogno di trovare un campo professionale adatto in cui poter incanalare le potenzialità più allineate e più allenate del nostro organismo. Se lo ascoltassimo con più attenzione, scopriremmo che abbiamo in dotazione attitudini che sono più forti e più preparate a rispondere alle richieste dell’ambiente e attitudini che lo sono meno. Scopriremmo anche che le attitudini, al pari delle emozioni umane, sono universali. Ovvero sono presenti e si attivano a prescindere da un contesto specifico di applicazione.

Nella scelta della professione desiderata e del percorso formativo relativo ad esercitarne le prestazioni, il ruolo delle attitudini è centrale e prioritario.

Per una formazione e uno sviluppo sostenibile del talento all’insegna dell’occupabilità a lungo termine è necessario partire, come primo step, dall’analisi delle proprie attitudini e dalla compatibilità misurabile tra queste e le attività che scegliamo di intraprendere. È prioritario stabilire sin dall’inizio quanto quella professione sarà in grado, ontologicamente parlando, di fare spazio al potenziale in divenire. Al di là delle storie personali e familiari che influenzano notevolmente le scelte in merito alle strade da prendere nel mondo del lavoro, dobbiamo avere chiaro quale rapporto sussista tra le nostre attitudini più forti e il campo di applicazione offerto dalla professione in cui si canalizzerà il potenziale. Altrimenti, il rischio, sarà sempre di cadere in preda allo sconforto e allo smarrimento, con frequenti sbandamenti e conseguenti occasioni perse. Sentimenti tra l’altro molto usuali nella società contemporanea, accentuati in special modo, oggi, dall’ondata pandemica che ha spazzato via in un batter d’occhio i pochi capisaldi che erano ancora rimasti in piedi traballanti.

Homo Talent, a tal proposito, ha creato e implementato il sistema dei cinque elementi per rispondere al problema dell’incertezza e del disorientamento professionale, mettendo a punto un algoritmo che misura la compatibilità tra le attitudini e le nuove professioni innovative. Lo scopo è quello di valorizzare, orientare e formare quanti più talenti possibili e supportarli nella ricerca del proprio posizionamento ideale in un mercato del lavoro sempre più dinamico e a trazione tecnologica. Consapevoli del fatto che i confini tra le discipline e le professioni si stiano assottigliando sempre più, il ruolo delle attitudini e del capitale sommerso dell’iceberg sarà sempre più decisivo per le sorti di qualsiasi cammino lavorativo. Stanno scomparendo i mestieri quelli “duri e puri” e le professioni tutte “d’un pezzo” e, in concomitanza, assistiamo all’emergere di ruoli e figure ibride che adottano strumenti e competenze interdisciplinari provenienti in prevalenza dal mondo digital. Siamo entrati a tutti gli effetti nell’era dell’intelligenza collettiva, del cyberspazio per citare William Gibson, dello spazio del sapere condiviso e decentralizzato. Tenere conto del cambiamento di scenario, delle trasformazioni socioeconomiche intervenute nell’ultimo decennio, può permetterci di pianificare meglio le nostre mosse, special modo se riguarda la pianificazione della nostra carriera soggetta a continue oscillazioni e perdite di senso.

Ci sono professioni che, pur essendo totalmente diverse per ambito di applicazione e scopo, condividono a livello sottostante un set di comportamenti e attitudini simili in quanto la dinamica dell’attività stessa lo richiede. Nella vasta offerta formativa presente oggi nel web, c’è l’imbarazzo della scelta. Ci troviamo di fronte a numerose opzioni e panacee che rischiano di offuscarci ancora di più le idee. Come se bastasse acquisire competenze qua e là per raggiungere la sicurezza tanto agognata. Dobbiamo essere vigili e filtrare bene la mole d’informazioni che ci arrivano ogni giorno prima di scegliere la skill professionale “desiderata”. Analizzare e focalizzare, in primis, il set di attitudini personali che abbiamo naturalmente in dotazione affinché possiamo scegliere le skill professionali che ci garantiscono maggiori probabilità di esprimere al massimo il potenziale sommerso. Solo così potremo auspicare ad un percorso professionale sostenibile all’insegna dell’occupabilità o employability. Solo con l’ausilio consapevole e guidato delle nostre attitudini saremo in grado di attutire i periodi di transizione lavorativa e rimetterci velocemente in carreggiata.

Cosa hanno in comune per esempio lo scrittore, il programmatore informatico e l’architetto?

Apparentemente nulla. Settori diversi, percorsi di studio diversi, strumenti e scopi diversi. In realtà, condividono qualcosa al livello profondo delle attitudini, una serie di azioni e meccanismi umani che si attivano con maggiore frequenza e intensità svolgendo specifiche prestazioni. Nei prossimi articoli di approfondimento, entreremo nel merito di ogni singola professione alla ricerca dei pattern comportamentali, dei gesti e dei schemi operativi da cui scaturiscono e s’innestano le specifiche competenze professionali.

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