Storyteller | Fondatore IdF

Cos’è per te il talento?

La capacità di generare ricchezza, di idee prima ancora che materiale. Cogliendo opportunità che altri non vedono e magari in situazioni ritenute svantaggiate.  

I valori per te irrinunciabili nella vita?

Beh io vedo un intreccio bello e complicato fra Libertà, Rispetto, Memoria e Curiosità.  

Una citazione che ti rappresenta 

The best lack all conviction, while the worst Are full of passionate intensity.
“I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori ardono di una passione rabbiosa.”

(William Butler Yeats, The Second Coming) 

Italiani di Frontiera è un “viaggio Dal West al Web”, dall’Italia a Silicon Valley e ritorno, esperimento di giornalismo creativo e indipendente. Ci spieghi di cosa si tratta e dove vuole arrivare?
 
IdF è frutto di un’esperienza di sei mesi vissuta con famiglia fra gli italiani della Bay Area. Mai avrei immaginato che una full immersion fra interviste e storie di talenti eccezionali, iniziata online con un blog, diventasse un mestiere letteralmente inventato, che mi ha indotto a lasciare il posto fisso, all’agenzia internazionale Reuters… nell’Italia del 2011!. Oggi combinando racconto e nuove tecnologie, propongo in conferenze multimediali in tutt’Italia e all’estero degli storytelling che alla fine sono un’indagine, con un pizzico d’ironia, sui segreti di talento e spirito d’impresa degli italiani, sul perché vengano esaltati nella culla mondiale dell’innovazione e su stereotipi e cattive abitudini che occorre rimuovere perché non vengano mortificati in patria. Con un messaggio d’ottimismo, che non è: se hai idee scappa a realizzarle a Silicon Valley. Bensì: abbiamo tutte le carte per rilanciare il Paese ma per farlo occorre liberarci di modi di pensare obsoleti e innescare una Rivoluzione Culturale. Ecco, vorrei arrivare a contribuire ad innescare questa rivoluzione ed riuscire a farlo dando spazio a idee e contenuti dei tantissimi che oggi seguono con passione IdF che è ancora troppo un “OneManShow”.
 
Sei lo storyteller di questa epica della Nuova Frontiera. È possibile, dal tuo punto di vista, creare un sistema d’innovazione territoriale esteso a tutto il Paese che in linea generale ripercorra le gesta dei distretti industriali degli anni ’70?

Quando ho detto che abbiamo le carte in regole intendevo che competenze, talento, capacità imprenditoriali e manifatturiere in Italia abbondano. Ma dobbiamo cambiare il modo di pensare di tanti. Dobbiamo imparare a fare squadra, ad essere inflessibili con i furbi che fregano, a non diffidare del successo altrui ma considerarlo un’opportunità. A guarire da quella che ho chiamato “Sindrome del Palio di Siena“: realizzarsi nella sconfitta altrui. A considerare il rischio un modo per realizzarsi e il fallimento una tappa di un percorso che può portare al successo. Perché come insegna Silicon Valley, non c’è innovazione senza rischio e senza fallimenti. Inoltre dobbiamo imparare che raccontare, la propria storia, il proprio lavoro ed i propri prodotti, non è meno importante di quel che si produce. Questo è uno degli handicap di tante aziende italiane pure d’eccellenza: sulla scia della forza del made in Italy non hanno curato questo aspetto. Oggi “vendi” la narrazione abbinata al prodotto, un’opportunità all’utente di riconoscersi in quel che tu proponi. Ma lo fai su una vetrina globale, dove se uno dall’altra parte del mondo è molto meno bravo di te a realizzare un prodotto ma più bravo a raccontarsi, irrimediabilmente ti batte”. 

Qual è stato il momento significativo in cui è scoccata la scintilla che ti ha permesso di iniziare questa nuova avventura?

Beh ho inventato Italiani di Frontiera per fare un’esperienza di famiglia negli USA… e non viceversa. Dunque siamo partiti (facendo tutto da soli: trovare casa, scuola per i figli, auto, tutti i contatti…) senza sapere cosa ne sarebbe uscito. Forse la telefonata dall’ICE di Los Angeles che sei mesi prima mi aveva fornito tre mail di italiani di Silicon Valley (io avevo chiesto informazioni generiche) è stata la scintilla che mi ha messo sulla strada giusta. Ma ho imparato che le cose straordinarie succedono se ci si fa guidare da passione e curiosità, senza sapere prima come e cosa si scoprirà… Un altro momento cruciale è stato al ritorno della mia prima conferenza multimediale davanti a giovani manager del Project Management Institute, San Donato Milanese. Io ero nessuno, dai loro occhi, dalla loro attenzione ho capito che questa formula di racconto era davvero qualcosa di speciale. E non dimenticherò mai il tecnico audio, che alla fine mi disse: “Se ti candidi, voto per te!”.  Indimenticabile.
 

Se fossi il Capo del Governo, quali sono i primi tre provvedimenti che inseriresti in agenda?
 
Posso dare risposte semiserie, a proposito dell’indispensabile Rivoluzione Culturale? 1) Far studiare e raccontare a scuola storie d’ispirazione, di italiani che han fatto e stanno facendo cose fantastiche, superando con tenacia e creatività le difficoltà; 2) Istituire l’Ufficio del Bene Comune: campagne creative e magari trasgressive per creare un boom di educazione civica, rispetto degli altri e della cosa comune, dagli spazi ai beni pubblici, come primo passo per valorizzare il talento individuale. 3) Obbligo di mesi di studio all’estero, non importa dove. Nulla come vivere per un periodo in un Paese diverso con una diversa cultura può servire a capire a fondo potenzialità e difetti della madrepatria.

Come ti vedi tra 10 anni?
 
Spero di diventare coordinatore di un Italiani di Frontiera realizzato con storie, progetti multimediali, persino drammatizzazioni e chissà che altro prodotti da tante altre persone, che magari in me han trovato solo l’ispirazione iniziale per una strada propria, di frontiera.

Come immagini l’Italia tra 10 anni?
 
Rigenerata e reinventata da una Rivoluzione Culturale che ne ha fatto uno dei motori pensanti del pianeta. Bella no? 

Se l’Italia fosse un film
 
Funeral Party” di Frank Oz, capolavoro di umorismo britannico, un film che adoro e potrei vedere con pochissimi altri all’infinito. Una circostanza triste, il funerale del capofamiglia, diventa pretesto per un’infinità di equivoci, inconvenienti, imprevisti esilaranti. In una costante scoperta: tutti (compreso il defunto) si rivelano molto diversi da quel che sembravano ed è un percorso liberatorio, che premia alla fine chi ha davvero talento. Ecco non ne posso più di chi suona le campane a morto dicendo che l’Italia non ce la può fare. Tocca a noi guardare la realtà con occhi diversi, liberarci di insopportabili stereotipi, riconoscere e valorizzare il talento, raccontandolo. Magari riesce ad essere pure un percorso divertente…”


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